Non rido più come prima.
Non lo faccio più a cuor leggero.
Faccio ancora fatica a descrivere quello che sento dopo quel maledetto giorno di agosto, dopo un anno di dolore che ha portato via uno dei capisaldi della mia vita: il mio papà.


Mi interrogo continuamente, ritorno sui ricordi e cerco di ripetere mentalmente ogni parola delle nostre ultime conversazioni, ogni gesto.
Nemmeno quando andavo all’università facevo un simile esercizio mnemonico.
Cerco di imprimere nella memoria qualsiasi cosa, oppressa dalla maledetta paura di lasciar scappare qualcosa.
Sottolineo e ricalco più e più volte i ricordi nella mia mente, con la dannata paura di dimenticare.
E lo faccio ovunque, a volte anche quando sono tra la gente, ritrovandomi improvvisamente con le guance rigate e nascondendo il volto tra i capelli.
Io non so come si elabora un lutto, anzi, a dirla tutta non so nemmeno se si può davvero elaborare.

In cosa si trasforma tutto il dolore che un lutto ti lascia dentro?
Può trasformarsi in qualcosa di buono?

Lavorare mi aiuta a distrarmi, a scacciare via i pensieri e pensare - per un attimo - che non è cambiato nulla.
Che tornerò a Bari e ci sarà lui ad attendermi in aeroporto, magari blaterando qualcosa in fila per pagare il parcheggio.
A volte ci credo davvero.
Ma vi assicuro che ci sono momenti in cui mi chiedo se abbia senso correre dietro le proprie ambizioni, fare della carriera una priorità, fare i salti mortali per un progetto, quando la vita - quella vera - è fatta di ben altro.
Ed è stato mio padre a insegnarmelo quando la vita gli stava già scivolando via, quando si è accorto che gli mancavano troppe cose da vivere.
E immaginava tutto quello che avrebbe voluto fare, ci diceva che ci sarebbe riuscito.
Voleva disperatamente andare al mare e starsene così, con i piedi nell’acqua.
Ma lui era ricoverato in ospedale da quasi due mesi e il timer era già stato attivato.
Me la sono sempre immaginata così la morte. Con un timer.
Quando papà ha iniziato a stare molto male, ho immaginato una clessidra e un filo sottile, più o meno lungo, che sarebbe stato tagliato alla fine del tempo stabilito.
La vita che viene spezzata.
Proprio come nel film Disney Hercules.
E ho pregato che accadesse il più tardi possibile, ma solo a patto che papà tornasse a star meglio.
Non volevo vederlo soffrire.
Volevo ricordarlo nella sua versione più arzilla e verace, quando da bravo meridionale mi diceva che avrei dovuto munirmi di tanti cornetti napoletani, “che col mio lavoro gli occhi addosso sono assai e non si sa mai...”

Viaggiare mi sta aiutando tanto, tantissimo.
Mi aiuta a evadere dalla quotidianità e ad alleviare il dolore, sebbene quel senso di vuoto sia sempre con me.
Ci faccio i conti tutti i giorni, ovunque io sia nel mondo. Specialmente quando vado a dormire.
E ci farò i conti ancor più durante queste festività.

Me l’avevano detto, che il Natale sarebbe stato il periodo peggiore.
Sarà un “Natale non Natale” per me e per la mia famiglia e mi piange il cuore perché ho sempre atteso questo momento dell’anno con trepidazione, proprio come facevo da bambina.
Alla magia del Natale io ci ho sempre creduto e non riuscivo a capire chi lo detestava.
Ci ho creduto anche lo scorso anno, anche se con un nodo alla gola, perché sapevo che sarebbe stato l’ultimo Natale con papà al mio fianco.
Ma almeno era un Natale colmo di speranza, da vivere fino in fondo, e questo l’ha reso particolarmente speciale. 
Un anno fa speravo in un miracolo illuminata dalle lucine dell’albero.
Quest’anno le lucine a casa non ci sono, ma spero che tornino a brillare.
Adesso è troppo presto, ma io spero che accada ancora. Sono sicura che accadrà ancora.

Questo post voglio dedicarlo a tutti coloro che stanno vivendo una situazione simile alla mia, con l’augurio che il Natale torni ad essere un momento da celebrare col cuore.
Siamo in tantissimi, anche se spesso ci sentiamo soli.
Non avevo mai pensato a quanto potessero far male tutte queste lucine, questo parlare di addobbi natalizi, di festeggiamenti e di regali.
Ma adesso so.
E prometto che non chiederò più - come ho fatto stupidamente in passato - “ma perché detesti il Natale?” 
Io continuo ad amare questo periodo, ma devo ammettere che da quest'anno le dinamiche sono completamente cambiate. Per me il Natale si fa più intimo, senza la necessità di ostentare orpelli e addobbi speciali. Il Natale si fa davvero immateriale.

Questo post voglio dedicarlo anche a chi ha la fortuna di avere tutti i cari al proprio fianco.
Abbiatene cura, stringetevi a tavola e vivete fino in fondo la magia del Natale.

E infine questo post voglio dedicarlo a me, a me che ho rischiato di smettere di credere nella bellezza del mondo.
Ma viaggiando mi rendo conto di quanto il mondo sia bello, di quanta bellezza ci circonda.
E no, non posso credere che questo mondo - nonostante ci metta così a dura prova - non sia meraviglioso.
Buon Natale.

la foto in copertina l'ho scattata qualche mese fa a Firenze. Si tratta di un'opera di Exit Enter