Capita con le vecchie amicizie, gli amori passati, con i viaggi.
Capita che leggi un libro, vedi una foto, senti un profumo e ti ritrovi di nuovo lì.
Al centro di una piazza, in quel preciso momento. Come se non ci fosse alcun grado di separazione tra te e quel momento. Né in termini di distanza, né in termini di tempo.
E così ogni tanto ripenso al mio viaggio in Cambogia.
A tutto quello che mi ha dato, al tempo di cui ho avuto bisogno per metabolizzare le emozioni, agli incontri, alle aspettative e alle incertezze.
In questo post torniamo insieme a Phnom Penh, la capitale della Cambogia.

A differenza di Siem Reap (non ho ancora scritto un post sui templi di Angkor perché voglio dedicar loro il giusto tempo, sono qualcosa di straordinario) e Battambang, Phnom Penh mi ha lasciato qualcosa di diverso.
Certo, come tutti i posti dell'Asia ha saputo scaldarmi il cuore ma ha saputo anche infrangerlo, tant'è che non riesco a pensare Non vedo l'ora di tornare a Phnom Penh.
Forse perché, dopo essermi follemente innamorata di Bangkok, mi aspettavo troppo dalla capitale cambogiana. Mi aspettavo lo stesso colpo di fulmine.
Ma è accaduto qualcosa di diverso.

In confronto a quello di Bangkok, il Palazzo Reale di Phnom Penh non è nulla di speciale.
Anche il giro in battello sul Mekong non mi ha entusiasmato particolarmente.
Neppure i mercati mi hanno scombussolato.

Sono una persona che cerca di trovare il bello in tutto ciò che vede, che difficilmente afferma No, quel posto non mi è piaciuto per niente e non ci tornerei mai.
Non  mi piace tutto, anzi.
Credo però che ogni cosa abbia un suo perché e così ho cercato di trovare quel perché anche in Phnom Penh. E mi sono accorta che stavo sbagliando tutto.
Phnom Penh non sorprende per la sua estetica - per quello bastano e avanzano le rovine di Siem Reap - e non la si può paragonare ad un'altra città asiatica.
Io stavo cercando i volti della folle, incredibile e moderna Bangkok in Phnom Penh, una città molto più semplice. Una città sul cui volto si legge ancora una nota di tristezza, un velo di sofferenza per i soprusi e la recente guerra civile. Una città che ha anche tanta voglia di rialzarsi, un profondo desiderio di rivincita.

Ho premuto il tasto reset e ho cercato di viverla senza alcuna aspettativa, semplicemente godendo ogni momento, ogni sorriso. Ho cercato di seguire il suo flusso senza opporre resistenza.
E così, allentando la presa, sono accadute cose meravigliose.

Mi sono lasciata sedurre dalle vesti color zafferano dei monaci.

Abbiamo incontrato di nuovo il giovane monaco che ha viaggiato con noi in autobus da Battambang a Pnhom Penh. Credo non si tratti di una semplice coincidenza. Incontrare per ben due volte un giovane monaco buddista - per giunta molto loquace - in vacanza non è cosa da poco.
Appena ho visto i suoi Rayban arancioni in lontananza ho dato una gomitata a Francesco esclamando Guarda! Il nostro amico monaco! e insieme ci siamo fiondati a salutarlo.
Assurdo come il viaggio intensifichi i rapporti umani e come rivedere un semplice conoscente possa avere lo stesso effetto dell'incontrare dopo secoli un amico di vecchia data. Sono cose a cui non mi abituerò mai.

Phnom Penh è serendipity, la felicità all'improvviso.
Il tuk tuk che, sulla strada per il memoriale di Choeung Ek, si ferma lasciandoci nel nulla e regalandoci uno dei momenti più belli [ne ho parlato in questo post: Serendipity, ti ho trovato in Cambogia].

Phnom Penh significa anche brividi e pelle d'oca camminando tra le brandine e gli strumenti di tortura all'interno della prigione - oggi museo - di Tuol Sleng.
Sentire un brivido lungo la schiena ascoltando le audiotestimonianze nei campi di sterminio di Choeung Ek. Storie terribili in conflitto con quello che oggi questi campi di morte, i Killing Fields, fortunatamente emanano: una ritrovata pace dopo tanto errare.

Sapete cosa vuol dire essere ammazzati nella propria terra dai propri fratelli?
Sapete cosa vuol dire quando più dei 2/3 di un'intera popolazione vengono trucidati per dei finti e folli ideali?
Sapete cosa significa vivere in un Paese in cui un pazzo, Pol Pot, decide di sterminare quella fetta di popolazione colta - o apparentemente tale?
Sapete cosa significa entrare in uno stupa commemorativo che contiene oltre 17000 vittime?
Io ignoravo tutto questo prima di andare in Cambogia. E al solo pensiero ho di nuovo i brividi.
Questa storia è recente. Tutto questo accadeva solo quarant'anni fa.
Queste storie non le insegnano mica sui libri di scuola. Queste storie non ce le raccontano perché sono lontane anni luce dal nostro mondo, dalla nostra realtà, spesso fin troppo ovattata.
Quando ho scritto "per non dimenticare" nel post sull'apartheid, ecco, mi riferivo anche a questo.
Viaggiare educa e insegna. E a volte spacca anche il cuore.

Sì, Phnom Penh ha lasciato un macigno sul mio cuore.
Phnom Penh sa essere molto cruda, estremamente vera. Ti butta in faccia la realtà, che tu sia pronto o no a digerirla.
Phnom Penh è tosta.
Phnom Penh è una cicatrice che prova a rimarginarsi ma, se solo la tocchi, torna a farti piangere.