La Thailandia, assieme alla mia Puglia, è sicuramente l'argomento più trattato su questo blog.
Ho scritto tantissimo, ne ho evidenziato i pregi e tutti i motivi che mi spingono a tornare e ad amare così tanto questo Paese.
A volte, però, bisogna tirar fuori dal cassetto anche altro. Ed è per questo che tempo fa vi ho parlato di quella che io reputo la Thailandia senza edulcoranti. Un articolo generale in cui ho volontariamente omesso quello di cui vi parlerò oggi: le donne giraffa. Una realtà di Chiang Rai che mi lascia tuttora perplessa.


Ho omesso l'argomento perché non sapevo se ne avrei mai parlato qui.
Non sapevo se sarebbe stato giusto parlarne, né se avrei trovato le parole giuste per farlo.
E le parole giuste non ci sono ancora, non ci saranno mai.

Le donne giraffa si trovano al confine tra Myanmar e Thailandia.
Poter visitare il loro villaggio è sempre stato uno dei miei desideri, da quando vidi un documentario una decina di anni fa. All'epoca credevo che quella delle donne giraffa fosse semplicemente una tradizione. Non potevo immaginare che quella tradizione, trasferita in Thailandia, potesse celare uno sfruttamento.

Finché l'anno scorso mi sono imbattuta nel post di Stefania. E da allora le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare.
Le donne giraffa non sono thailandesi, ma vengono dal vicino Myanmar. Si tratta di donne fuggite dal loro Paese in cerca di un lavoro, in cerca di denaro (fonte: Repubblica.it).
Arrivate qui, al confine, molte di loro sono state indotte ad indossare degli anelli a scopo commerciale, divenendo così una delle attrazioni turistiche più redditizie del Paese. Incluse nei pacchetti di quasi tutte le escursioni locali. Anche nel mio.

E nonostante l'indecisione, nonostante la lettura del post l'anno prima, la curiosità ha avuto la meglio.
Non sono riuscita a resistere alla possibilità di poter vedere queste donne con i miei occhi, di poter valutare da sola se quanto si dice è vero.
Prima di entrare ho voluto chiedere alla mia guida: "Ma queste donne sono felici? Sono felici di indossare gli anelli?" quasi come per darmi un'ultima chance.
Se lui mi avesse risposto "Non sono felici, sono costrette a farlo", io non sarei andata oltre.
Ma la guida non l'ha fatto - e lo sapevo.
La sua risposta è stata: "Loro sono felici, sono felici di indossare gli anelli. Si tratta della tradizione" - e mentre parlava sorrideva.
Sono andata oltre, mi sono avviata verso il villaggio.

Prima di arrivare alle donne giraffa, ho camminato tra due file di bancarelle con una miriade di gingilli in esposizione. Bracciali, borse, collane, anelli..
Tutto lasciava presagire un'amara realtà: il villaggio non è altro che una trovata turistica attorno alla quale è stato costruito un vero e proprio business.
E poi le vidi. Rintanate in una ventina di bancarelle disposte a ferro di cavallo.
Tutto era eccessivamente preparato, eccessivamente ordinato, eccessivamente perfetto.
Le bambine con il rossetto color pesca, le ragazzine con gli occhi segnati dal kajal che lascia comunque trasparire la loro profondità.
Ho visto tristezza?
Non ne sono sicura. Non posso affermare con certezza che queste donne erano tristi.
Ho visto rassegnazione, ma ho visto anche sorrisi. Ho visto gentilezza, sicuramente esasperata nell'intento di vendere la merce esposta sui banchetti.
Ragazze che potevano avere la mia età soffocate dal peso degli anelli.
Tutte donne bellissime, così belle che non sono riuscita a non immortalarne alcune.
Nessuno scatto rubato, ognuna di loro sapeva bene di essere lì per quel motivo. Per farsi fotografare, per mettersi in posa, per regalare un ricordo al turista.
La prima, la seconda, la terza, la quarta foto.. finché mi sono detta "Che sto facendo? Voglio davvero fotografare queste ragazze che indossano anelli solo per compiacere noi farang e coloro che le controllano?"
Ho messo via la reflex. E mentre gli altri continuavano a scattare ho iniziato a sentirmi oppressa tra quel mucchio di vetrine camuffate da bancarelle. E sono andata via col mio ragazzo.

Cosa mi ha lasciato questa esperienza?
Ho visto con i miei occhi quello che mi incuriosiva da anni, senza che questo abbia apportato una ricchezza né un valore aggiunto al mio bagaglio culturale.
Qualcuno mi ha detto che, boicottando questo villaggio, queste donne non sarebbero più un fenomeno da baraccone ma allo stesso tempo non saprebbero come guadagnarsi da vivere.
Molto difficile giudicare, non è da me sentenziare su qualcosa che non conosco a fondo.
Come sempre questo è solo il mio punto di vista. Una voce tra milioni di voci.

Mi ha colpito una frase.
"Quando il Myanmar diventerà un Paese democratico tornerò" dice una di queste donne nella video intervista su Repubblica.it.
Adesso che il Myanmar è diventato un Paese democratico - mi chiedo - queste donne riusciranno a liberarsi degli anelli e tornare a casa?
Quanto è difficile essere turisti consapevoli?
Quanto è difficile saper dire no alla curiosità, alla sete di scoprire, vedere con i propri occhi?
Quanto è difficile trovare la verità in un turismo che rischia di diventare una becera riproduzione della realtà?